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UN PITTORE DI FRONTE A CRISTO
PRESENTAZIONE DI FRANCESCO MASALA
L'idea che sta alla base della mostra-personale del pittore Piero Ligas è la
<<narrazione>> della vicenda umana del Cristo.
Un Cristo inestricabilmente, irrimediabilmente, <<uomo>>, dalla nascita, alla
passione, alla morte, quasi un'allegoria del destino dell'uomo, in generale, e
dell'uomo sardo, in particolare.
Naturalmente, Ligas ha dovuto fare i conti con una iconografia bimillenaria e
con la tradizione figurativa dell'arte sacra, continuamente reinventata
attraverso i secoli.
Il suo <<racconto>> neo-figurale si sviluppa lungo un ritmo premeditato di temi
allegorici e simbolici, dentro una intelaiatura grafica libera da regole e da
legami prospettici, a piani bidimensionali gremiti e sovrapposti, connessi alla
lezione del neo-cubismo e del neo-espressionismo, con segni graffianti,
velocissimi, guidati da un gusto compositivo decisamente ancorato ad una
<<cifra>> univoca e ad uno stabilizzato impianto figurativo che si ripete
indefinitamente.
Ma, anche e soprattutto, le <<sacre rappresentazioni>> di Piero Ligas sono
ancorate ad un registro cromatico e a una trama di colori ( rossi, azzurri,
gialli, blu, verdi, bianchi e neri ) che discendono dalla lezione drammatica e
violenta dei <<fauves>>.
Chiaramente, tutte le composizioni ruotano intorno ad un <<centro rituale>>: il
Cristo, impostato non secondo la trasfigurazione mistica dell'iconografia
medioevale e secondo la classicità idealizzante rinascimentale o nella
concezione realistico plebea del Caravaggio, ma risolto in una dimensione
figurale graficamente moderna, un Dio triste diventato un uomo stilizzato,
asessuato né maschio né femmina, quasi a significare una identità umana che
ritorna là dove è partita, l'unicità sessuale, il fiore azzurro irraggiungibile
che contiene in sè lo stame e il pistillo.
Ed è, forse questo lo <<scandalo iconografico>> della pittura sacra, in questa
mostra.
Ma, a pensarci bene, il giudizio sul <<fare artistico di Piero Ligas non può e
non deve essere limitato al livello formale, sul piano solamente estetico, ma
deve spostare la sua indagine soprattutto
sul piano dei contenuti, delle sue emozioni, delle sue meditazioni, dei suoi
problemi, delle sue idee, insomma.
In questo senso, di questa lunga <<via Crucis>>, di questo lungo cammino dalla
nascita alla morte, possono essere individuati, in questa mostra i <<momenti>>
più raggiunti e risolti: a cominciare dalla <<Concezione>>, una Madonna incinta
che posa la sua mano rossa sul suo ventre gonfio, guardando il cerchio azzurro
di un cielo intricato da lunghissimi capelli viola; o la <<Madonna col
bambino>>, curve linee convergenti velocissime, come un vortice d'amore, intorno
ad una piccola rossa mano infantile posata fiduciosa su casto seno;o la
<<Moltiplicazione dei pesci>>, animale-simbolo della escatologia cristiana che
più ha suggestionato la fantasia di Ligas, un geroglifico decifrabile per dare
la misura della nostra esistenza fisica e metafisica, ineluttabilmente appesa al
filo casuale dell'eternità; o la <<Maria Maddalena>>, col mite Gesù che consola
la peccatrice posandole teneramente la sua dolce mano sul seno; o la
<<Tentazione>>, con la figura divina, chiusa e parvente in se stessa, in difesa
delle tentanti mani terrene; o <<l'Ultima Cena>>, il quadro più vasto della
mostra, col tavolo occupato da grandi pesci e, intorno gli apostoli,
undici col volto chiaro e uno, scuro, il traditore, che appare, in un altro
quadro, <<Il bacio di Giuda>>, mentre accosta al messia le Labbra, da dietro le
spalle, con un emblematico collo contorto, fra un irto tumulto di lance; o <<L'
uliveto del Getsemani>>, con un rauoltiano Gesù, cinereo e macerato, in un
paesaggio metafisico, fra desolati rami di un olivo neocubista; o le due <<Crocefissioni>>,
dove gli elementi geometrici della croce focalizzano il corpo del
<<crocefisso>>, immerso in una tremenda lassitudine, e a lui vicino un Barabba,
che non ha il volto truce dell'impunito ma l'atteggiamento pietoso del forte
abituato al dolore fisico, quasi consolatore del debole Cristo; o, infine, la
<<Deposizione>>, che conclude la lunga <<narrazione>>, intensamente pensata, con
un <<attitidu>>, una lamentazione funebre, in tutta la sua coralità di cerimonia
rituale, dove il dolore non è un <<caso personale>> ma un <<fatto collettivo>>,
e il lutto non è dei parenti e della famiglia ma del villaggio: è il dolore del
mondo.
Ma, a pensarci bene, in ultima analisi, questa mostra di Piero Ligas si presta
ad <<altre>> letture, forse più pertinenti, proprio per il carattere specifico
dell'arte che, a differenza della scienza, sta tutta sotto il segno del
<<polisenso>> e della <<ambiguità>>. |
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