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Ne “il muro” Piero Ligas proietta per intero la sua personalità metafisica concezione dell'Essere ed esprime il dramma del tutto nel divenire.

Per lui “il muro” non è altro che un quid di reale e realtà esteriore ed interiore il quale, attraverso l'oggettivo e il soggettivo non in opposizione, stabilisce che ogni avvenimento è unico perché sta nell'istante e al di fuori di preconcetti e generalizzazioni.

Il suo mondo non è fatto solo di colori, di forme e di strutture, ma innanzitutto di concetti di conoscenza dell'Essere nella sua intima essenza. Pertanto il contenuto, nel quadro, gli serve solo di pretesto per indurre lo spettatore in un'atmosfera dove il tempo-spazio non ha senso.

Ironicamente Ligas ci fa capire che la forma è libera nella sua inutilità, né i vari aspetti delle cose, né le cose stesse sono la Realtà.

Conseguentemente la raffigurazione pittorica sembra distaccata dal mondo; tuttavia è il mondo stesso che la definisce e le da il suo vero significato. Ogni dipinto diventa una testimonianza che è filtrata dalla non libertà del reale corporeo.

Lo spazio fisico, quello degli scienziati, lo annoia perché limita i concetti e il suo discorso artistico non è altro che una metafora del dialogo fra le teorie intellettuali sull'essere esistenziale e l'Essere Totale.


 

Novembre 1972

Raffaello Borsetti

 

 

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